La storia di un simbolo italiano, tra Sicilia, Napoli e leggende sulla Cina
Dalla pasta secca del Mediterraneo medievale alle tavole napoletane,
fino al successo internazionale: le origini degli spaghetti raccontano
una storia più affascinante di qualsiasi leggenda.
Immagine di copertina: fotografia fornita per questo articolo.
Un piatto di spaghetti è uno dei modi più immediati per evocare
l’Italia. Basta immaginarli avvolti intorno a una forchetta, conditi con
pomodoro e basilico, per riconoscere una cultura gastronomica capace di
parlare al mondo attraverso ingredienti semplici.
Eppure, quando ci chiediamo chi li abbia inventati, la risposta diventa
meno scontata. Sono nati in Sicilia? A Napoli? Oppure arrivano dalla
Cina, come racconta la celebre storia di Marco Polo?
Non conosciamo un inventore degli spaghetti, né possiamo indicare con
certezza un unico luogo e un giorno della loro nascita. Possiamo però
ricostruire alcune tappe decisive: la produzione di pasta secca nella
Sicilia medievale, il ruolo dei commerci mediterranei, lo sviluppo della
cultura pastaria napoletana e la comparsa del nome con cui oggi li
conosciamo.
Per capire questa storia occorre distinguere tre cose: l’origine delle
paste alimentari, quella della pasta lunga e la formazione della
tradizione italiana degli spaghetti. Sono vicende collegate, ma non
perfettamente sovrapponibili.
01. La Sicilia medievale: una testimonianza fondamentale
1154 · Trabia, Sicilia
Al-Idrisi documenta una produzione organizzata di itriyya, pasta
secca filiforme destinata anche al commercio.
Uno dei documenti più importanti ci porta al 1154, a Trabia, sulla costa
siciliana vicino a Palermo.
Il geografo al-Idrisi, che lavorava alla corte del re normanno Ruggero
II, descrive una località nella quale si producevano grandi quantità di
itriyya, generalmente interpretata come pasta secca filiforme. Questa
pasta veniva spedita verso la Calabria e altri territori, musulmani e
cristiani, attraverso le rotte del Mediterraneo.
Il particolare decisivo è la dimensione commerciale della produzione: la
pasta di Trabia era già un alimento destinato a viaggiare, conservabile
e richiesto oltre il luogo nel quale veniva fabbricato. La testimonianza
si inserisce nella storia dei rapporti tra Sicilia e mondo arabo, ai
quali gli studiosi attribuiscono un ruolo importante nella diffusione
della pasta secca.
Possiamo dunque affermare che gli spaghetti furono inventati a Trabia?
Sarebbe una conclusione eccessiva.
Il documento dimostra che nel XII secolo esisteva in Sicilia una
produzione organizzata di pasta secca assimilabile alla famiglia delle
paste lunghe. Non identifica il primo produttore e non descrive un
formato standardizzato identico agli spaghetti moderni.
Trabia è un punto fermo della documentazione storica, non un
certificato di nascita.
02. L’essiccazione: il passaggio che permette alla pasta di viaggiare
Un impasto fresco e un alimento essiccato hanno possibilità di impiego e
di distribuzione molto diverse. Ridurre l’umidità consente alla pasta di
essere conservata più a lungo e trasportata più facilmente: una
caratteristica preziosa in un mondo nel quale gli spostamenti
richiedevano tempo.
La storia della pasta secca si intreccia così con quella dei porti e dei
commerci. Accanto alla Sicilia, un ruolo importante spettò a Genova. Un
inventario genovese del 1279, relativo ai beni di un soldato, menziona
un contenitore di maccheroni: un’altra testimonianza della presenza
della pasta in Italia prima del ritorno di Marco Polo dall’Asia.
Sicilia → Mediterraneo → Genova → Napoli
Le parole dell’epoca, tuttavia, richiedono prudenza. Termini come
“maccheroni” non indicavano necessariamente i formati ai quali li
associamo oggi. Nomi, forme e modi di preparazione sono cambiati nel
tempo: leggere un documento medievale come se fosse il catalogo di un
pastificio contemporaneo può portare a conclusioni sbagliate.
03. Napoli e la trasformazione della pasta in cibo popolare

Da “mangiafoglia” a “mangiamaccheroni”
Se la Sicilia offre una delle testimonianze medievali più significative,
Napoli occupa un posto centrale nella diffusione della pasta come
alimento quotidiano e simbolo collettivo.
Nel corso del Seicento, le abitudini alimentari della popolazione
napoletana cambiarono profondamente. Lo storico Emilio Sereni ha
studiato questo passaggio attraverso la trasformazione dei napoletani da
“mangiafoglia” a “mangiamaccheroni”: espressioni che raccontano il
crescente peso della pasta nella dieta popolare, in un contesto di
difficoltà economiche e cambiamenti produttivi.
Lo sviluppo della produzione pastaria nel territorio campano, con centri
come Gragnano, contribuì nei secoli successivi ad ampliare la
disponibilità del prodotto. La pasta entrò anche nella vita delle
strade: si acquistava già cotta, si consumava rapidamente e poteva
essere accompagnata da formaggio grattugiato e pepe.
Le rappresentazioni dei mangiatori di maccheroni, dei venditori e di
Pulcinella raccontano quanto questo alimento fosse diventato
riconoscibile nella cultura napoletana. Tra Settecento e Ottocento,
quell’immagine acquistò una forza destinata a superare i confini della
città.
Il contributo di Napoli, quindi, va ben oltre la domanda su chi abbia
modellato per primo un filo di pasta: riguarda il modo in cui la pasta
divenne un’abitudine condivisa, una presenza urbana e una parte
dell’identità gastronomica.
04. Quando compare il nome “spaghetti”?
1817
La parola “spaghetti” è documentata almeno dal 1817.
Il termine deriva da spago: piccoli spaghi, fili sottili che
richiamano immediatamente la forma del prodotto.
Nelle ricostruzioni divulgative si incontra spesso il 1824, associato al
poemetto Li maccheroni di Napoli di Antonio Viviani. Non è però
prudente presentarlo come l’anno della prima attestazione.
Il Vocabolario storico della lingua italiana della gastronomia,
nell’ambito del progetto AtLiTeG, segnala infatti la parola nel
Giornale del Regno delle Due Sicilie del 14 giugno 1817, all’interno
di un avviso relativo alla fornitura di alimenti per la Real Casa degli
Invalidi.
La data di una parola non coincide necessariamente con quella
dell’alimento che descrive. Un prodotto può esistere prima che il suo
nome compaia in un documento conservato, oppure essere conosciuto con
denominazioni differenti.
05. Marco Polo ha portato gli spaghetti dalla Cina?

No — ma la vera storia è più interessante.
Il racconto è famoso: Marco Polo avrebbe scoperto la pasta in Cina e
l’avrebbe portata in Italia al ritorno dal suo viaggio, nel 1295.
Le testimonianze italiane precedenti bastano a smentire questa versione.
| Data | Testimonianza |
|---|---|
| 1154 | In Sicilia, al-Idrisi descrive la produzione di itriyya. |
| 1279 | Un inventario genovese menziona un contenitore di maccheroni. |
| 1295 | Marco Polo ritorna dal suo viaggio in Asia. |
Più complessa è la storia della leggenda stessa. Spesso viene attribuita
interamente a un racconto apparso nel 1929 sul Macaroni Journal,
periodico statunitense del settore pastario. Quella pubblicazione
contribuì certamente alla sua fortuna, ma lo storico Massimo Montanari
individua antecedenti nell’edizione dei viaggi di Marco Polo pubblicata
da Giovanni Battista Ramusio nel 1559, attraverso una lettura fuorviante
dei riferimenti alimentari del viaggiatore.
È quindi più corretto parlare di una leggenda costruita e rilanciata nel
tempo.
E i noodles cinesi di 4.000 anni fa?
Escludere Marco Polo non significa ignorare l’antichità delle tradizioni
alimentari cinesi.
Nel sito archeologico di Lajia, nella Cina nordoccidentale, sono stati
rinvenuti resti interpretati come noodles risalenti a circa 4.000 anni
fa. Lo studio pubblicato su Nature nel 2005 li descrisse come una
preparazione a base di miglio.
Il ritrovamento è straordinario, ma richiede precisione nel linguaggio.
Chiamarli “spaghetti” può aiutare a immaginarne la forma, ma rischia di
sovrapporre prodotti e tradizioni diversi.
Inoltre, l’interpretazione della composizione e del procedimento di
lavorazione è stata discussa. Uno studio sperimentale ha contestato la
possibilità di ottenere noodles stirati da un impasto di solo miglio;
successive ricerche hanno approfondito i materiali e le tecniche
ipotizzate.
Quei reperti documentano una preparazione antichissima. Non
dimostrano, da soli, che gli spaghetti italiani discendano da essa.
Per stabilire una trasmissione storica occorrerebbero testimonianze dei
passaggi, dei contatti e delle trasformazioni. La somiglianza della
forma non basta. Allo stesso modo, proclamare una totale indipendenza
tra tutte le tradizioni sarebbe più categorico di quanto consentano le
prove disponibili.
06. Il pomodoro arriva molto dopo

Oggi il rapporto tra spaghetti e pomodoro sembra quasi inevitabile.
Storicamente, però, la pasta ha trascorso secoli senza questo
condimento.
Il pomodoro è una pianta di origine americana e il suo ingresso nella
cucina europea avviene dopo i contatti con le Americhe. Il suo impiego
si afferma gradualmente, fino a diventare parte essenziale di molte
preparazioni italiane.
Un riferimento importante per l’abbinamento con la pasta è Ippolito
Cavalcanti, autore della Cucina teorico-pratica, pubblicata per la
prima volta nel 1837. Occorre distinguere la prima edizione dell’opera
dalla presenza delle singole ricette: la ricostruzione pubblicata da
Storia e Memoria di Bologna colloca i vermicelli al pomodoro
nell’edizione del 1839.
Pasta → Pomodoro → Spaghetti al pomodoro
Il piatto che oggi sembra senza tempo è in realtà il risultato
dell’incontro di storie diverse.
Anche in questo caso, una ricetta stampata documenta una pratica senza
necessariamente coincidere con la sua invenzione. Le cucine domestiche,
le botteghe e i venditori possono precedere i libri.
Una tradizione italiana dalla storia aperta al mondo
La domanda “chi ha inventato gli spaghetti?” cerca un nome. Le fonti ci
consegnano invece luoghi, mestieri, commerci e consuetudini.
La Sicilia medievale documenta una produzione importante di pasta secca.
Genova testimonia il ruolo delle reti commerciali. Napoli e la Campania
sono decisive nello sviluppo della produzione e del consumo popolare. Le
tradizioni asiatiche mostrano quanto sia antica e articolata la storia
delle preparazioni a forma di filo.
Questa complessità rende più interessante l’identità italiana degli
spaghetti. Una tradizione gastronomica prende forma attraverso il lavoro
ripetuto di chi produce, cucina, vende e mangia; acquista carattere
nelle scelte degli ingredienti, nella consistenza ricercata, nei
condimenti e nelle occasioni in cui viene condivisa.
Per chi, come noi di LuxurEat, racconta la cultura gastronomica
italiana a un pubblico internazionale, conoscere questa storia significa
valorizzarla con precisione. Significa rispettare le altre culture
alimentari e spiegare ciò che rende riconoscibile la nostra.
Gli spaghetti non hanno bisogno di un inventore leggendario. Hanno alle
spalle generazioni di pastai e cuochi, rotte commerciali, tavole
familiari e città che ne hanno fatto un alimento quotidiano.
È questa lunga esperienza a ritrovarsi ancora oggi in un gesto
semplicissimo: avvolgere un filo di pasta intorno a una forchetta.






